Australia isola felice

L’isola felice. Australia: una pandemia light

L’Australia sta puntando all’eradicazione del virus e “sí” ci sta riuscendo

Immaginate di riuscire ancora a programmare un sabato sera con gli amici all’aperto senza infrangere nessuna legge. Oppure di veder nuovamente bambini in gruppo alle uscite delle scuole, o di parlare e aiutare anziani senza nessun timore. Ebbene sì, qui la normalità è già possibile. Siamo in Australia.

Di cosa sto parlando? Per avere dei numeri, dall’inizio della pandemia le persone contagiate sono state circa 28.600 e 909 le vittime, cifre che l’Italia e molte altre nazioni hanno visto in un solo giorno. Al momento i casi attivi stimati sono 55 in tutta l’Australia e sono almeno 15 giorni che in tutta la nazione non si registrano nuovi casi localmente transmessi. Gli unici nuovi casi sono quelli degli australiani al rientro.

Certo, c’é da dire che le caratteristiche della popolazione australiana sono uniche al mondo. L’etá media dei suoi cittadini non è così elevata come in Italia e poi anche la densità della sua popolazione è unica. Si deve tenere presente che i 25 milioni di australiani occupano un territorio più grande di tutta l’Europa e solo le zone costiere sono le aree più abitate: il centro dell’Australia è in maggioranza deserto.

La strategia dell’eradicazione

La strategia del governo è stata quella dell’eradicazione del virus, prima di Natale i casi attivi totali erano solo 50. Durante le feste i contagiati sono saliti a più di 300 casi, mentre oggi sono nuovamente 55. Le autorità australiane hanno lavorato spasmodicamente sui “contact tracing”, individuando per ogni contagiato fino al 5 grado di relazione, riuscendo così a individuare tutte fonti del virus. Ossia, qui una fonte di contagio non identificata è una notizia e può avere delle serie conseguenze. Eppure, dato che la app di bandiera Covid-safe non è che sia stata scaricata da milioni, come del resto anche la cugina italiana Immuni, vien da chiedersi ‘’Come hanno fatto?”

Tracciamenti e dati

Se in Italia  il dibattito della condivisione dei dati è andato avanti per giorni, qui dopo il flop della app il governo federale e quelli nazionali hanno utilizzato banche dati già esistenti senza perdere tempo in dialoghi improduttivi e lunghi. In altre parole, i governi locali hanno sfruttato le banche dati delle compagnie di trasporto pubblico, che gestiscono i loro servizi tramite app e sistemi cashless. Parallelamente, tutti i ristoranti e altri esercizi pubblici sono stati costretti a adottare il QR code e controllare che i propri clienti scannerizzassero il codice con il loro smartphone. Attraverso la foto a questo codice digitalizzato, si può così accedere al sito del governo e fare il check-in al locale. Mentre, tutti giorni i canali social delle amministrazioni nazionali hanno postato gli hotspots, ovvero i potenziali luoghi di contatto e contagio, invitando chiunque sia passato da questi posti e/o avesse sintomi di effettuare il test. Inoltre, sebbene nella maggioranza delle volte i nuovi casi giornalieri non arrivassero neanche a 10 al giorno, le conferenze stampa del governo sono state visibili nei telegiornali nazionali, in dirette televisive e sui social, senza che nessuno parlasse di spettacolarizzazione del Covid. 

Un paese sigillato 

Il governo australiano ha reagito con impegno e diligenza sin dall’inizio della pandemia. La chiusura immediata delle frontiere nazionali e dei confini tra gli stati interni ha permesso la drastica diminuzione degli spostamenti agevolando una piú efficace attivitá di tracciamento. I confini tra gli stati interni australiani aprono e chiudono con quarantene e restrizioni a seconda dei casi. La maggioranza dei nuovi casi vengono perlopiú acquisiti da cittadini e residenti al rientro in patria, che al momento, ricordiamo, non è accessibile agli stranieri. Una volta atterrati in patria gli aussi sono obbligati a passare una ferrea quarantena privata in hotel con viste mozzafiato: il costo delle due settimane è di circa 3000 dollari australiani, pagabili anche a rate. Le quarantene hanno rappresentato un punto focale nel contenimento australiano e sono state oggetto di rivalitá e discordia politica tra i leaders dei differenti stati australiani. 

I lockdowns

Andiamo per gradi. Appena è scoppiato il Covid l’Australia ha potuto osservare i suoi sviluppi nelle altre parti del mondo. Ha avuto un po’ più di tempo per organizzarsi e lo ha usato bene. Dallo scorso Marzo i lockdowns sono stati per la maggiore preventivi, la somministrazione dei test ha seguito i focolai assieme al numero dei contagiati e comunque  le restrizioni sono esistite in ogni stato.

Il Covid ha peró picchiato duro anche qui ed in particolare nello Stato in cui Melbourne fa da capitale: il Victoria. Questo Stato ha visto il piú lungo e duro lockdown australiano durato per ben 111 giorni. Il Victoria ha un popolazione di appena 6.5 milioni di abitanti, ma ha registrato 20 mila dei 28.600 casi australiani e  820  delle totali 909 vittime. Nello scorso luglio quando questo Stato inizió a registrare 100 nuovi casi al giorno, il Premier laburista Daniel Andrews decretó subito il lockdown. Durante questi giorni lo scontento degli abitanti del Victoria si è fatto sentire e numerose sono state le multe e gli arresti. Ad esempio lo scorso 3 novembre, in un solo giorno, a Melbourne sono state arrestate 395 persone per aver preso parte ad una protesta. Altri casi, sempre connessi a questo Stato, poi diventati virali sono stati: il caso dell’arresto della donna incinta che invitava a protestare contro il governo tramite il suo profilo Facebook e il video di un’altra ragazza scappata da un posto di blocco della polizia, arrestata anche lei il giorno dopo. Inutile dire che, la gestione del Premier laburista del Victoria ha ricevuto numerose critiche sia dal partito liberale che da tutta la popolazione. 

ll governo ha comunque adottato il pugno di ferro in tutta l’Australia contro chiunque non rispettasse le regole. Per fare un esempio, lo scorso 18 Novembre l’amministrazione del South Australia (1.7 milioni di abitanti),  iniziava un mini lockdown preventivo di 6 giorni per un focolaio di circa 40 casi attivi, dei quali 25 in un solo giorno e uno senza una fonte certa. Il lockdown doveva consentire i tracciamenti e dare l’opportunitá di capire la reale portata dei contagiati. L’epicentro era in una pizzeria e si è successivamente scoperto che uno dei dipendenti del locale (la fonte ignota), uno spagnolo di 36 anni, per coprire una situazione di lavoro irregolare aveva mentito alle autoritá. Il lavoratore aveva dichiarato di essere un cliente piuttosto che un lavoratore, complicando ulteriormente l’attivitá di tracciamento. Per l’occasione, la polizia si era messa a lavoro, visionando oltre 400 ore di filmati e impiegando 35 detective. L’operaio è stato arrestato ed in seguito rilasciato, mentre la pagina Facebook della pizzeria veniva inondata di insulti. Il lockdown invece di terminare in 6 giorni è terminato dopo 3 e l’episodio ha riempito i titoli dei giornali di tutto il mondo.

Il New South Wales dopo il primo lockdown di aprile aveva ridotto e controllato il virus con discreto successo. Come detto prima, la maggioranza dei nuovi contagiati sono stati gli australiani al rientro in patria, perciò riveste fondamentale importanza capire che il NSW è stato il territorio che ha ospitato la maggioranza delle quarantene e l’aeroporto della città si è prestato come hub logistico degli arrivi internazionali. Ciò ha portato non pochi problemi: lo scorso 16 dicembre un autista di un bus risultava positivo ad un ceppo del virus proveniente dall’America. Il contagio era avvenuto mentre aveva dato un passaggio ad una crew di una compagnia aerea all’albergo. Da quel giorno sono scoppiati diversi focolai: nei primi di dicembre i casi attivi in tutta l’Australia erano 50, l’eradicazione sembrava vicina come non mai, ma poi i casi sono risaliti. In questo periodo ogni stato stava allentando le restrizioni, l’estate arrivava e gli australiani pianificavano già le vacanze seppur in patria. Nel periodo di Natale sono nati dei nuovi focolai e ciò spinge la Premier del NSW Gladys Berejiklian a inasprire le restrizioni e a imporre un lockdown in due aree di Sydney, invitando i cittadini a fare il test: in un solo giorno nella città sono stati effettuati 60mila tamponi. Durante questi giorni l’allerta è nuovamente salita. La mascherina è diventata obbligatoria nei luoghi pubblici. Gli altri stati australiani hanno momentaneamente imposto limitazioni a i rientranti e i viaggiatori interni provenienti dal NSW portando non pochi disagi a chi aveva pianificato le vacanze. Tutto ciò non è bastato a evitare che i casi salissero a più di 300.

Altri esempi del rigorismo australiano sono stati i mini lockdowns di Brisbane ed quello del Western Australia iniziati per un singolo contagiato. In entrambi i casi si é verificata la stessa situazione, un lavoratore dell’hotel destinato alle quarantene è risultato poi positivo alla varianti del virus super contagiose: inglese per Brisbane e sud africana per il Western Australia. Le fonti dei due casi sono state collegate alle quarantene.

Dissapori politici

I casi in salita durante le feste natalizie hanno generato diverse accuse di carattere politico. Prima, la maggioranza (Liberal) accusava il Premier del Victoria, partito all’opposizione (Labour), della gestione di Melbourne della pandemia. Poi, è stato il turno della la Premier del Queensland, la labour Annastacia Palaszczuk, ad invitare la Liberal e Premier del NSW, Gladys Berejiklian, a “tenere a bada il suo Stato”.

CBD vuoti e stranieri

Come dicevo, ogni stato ha messo in atto lunghe restrizioni e più settori hanno sofferto economicamente. L’Australia è una terra che fino ad ora ha vissuto di stranieri e con le frontiere chiuse la loro assenza è diventata un problema. I centri delle città, chiamati CBD, si sono svuotati, si è incoraggiato lo smart working.  Parte della vita urbana si è spostata nelle periferie e nei quartieri. Il mercato immobiliare è sceso del 30%. Il settore ristorativo-alberghiero ha rallentato. Tutta l’industria dell’arte e dell’intrattenimento è rimasta chiusa durante tutta la pandemia ed inizia a riaprire timidamente solo ora, seppur come molte limitazioni.

L’Australia è stata per lungo tempo una meta ambita da molti overseas, sia per la qualità di vita, tra le migliori al mondo, sia per l’istruzione. Con le frontiere chiuse e le quarantene obbligatorie, i nuovi studenti stranieri hanno diverse difficoltà ad iniziare la loro formazione Down Under. Di conseguenza, scuole e università, che sono in gran parte private, stanno affrontando profonde ristrutturazioni avendo perso il loro equilibrio economico-finanziario. 

Coccolati dagli aiuti economici

La pericolosità del virus non è circoscrivibile solo in termini sanitari, ma bisogna prendere in considerazione tutte le ulteriori conseguenze economiche della pandemia. Nel mondo ogni stato ha protetto i propri cittadini come meglio ha potuto. Qui il 3 aprile, quando la pandemia si allargava a macchia d’olio, il Premier Scott Morrison ha detto a tutti gli stranieri non in grado di mantenersi ad “andare a casa”. In questo periodo lo shock finanziario si era già fatto sentire sui mercati australiani. Il 18 marzo l’euro aveva toccato il picco massimo mai registrato, in quel giorno ogni euro valeva 1,88 dollari australiani. Contemporaneamente, le super annuations (fondi pensionistici contributivi e privati) perdevano  fino al 14-15% del valore totale.

In questo scenario, il governo ha  protetto l’economia con ingenti iniezioni di capitale. Per esempio, alcune attivitá commerciali hanno potuto richiedere prestiti a fondo perduto fino a 10mila AUD (6.140 €). Gli stimoli per l’economia più famosi, ancora in vigore, sono stati due: il Job Keeper e il Job Seeker. Il primo è stato indirizzato ai possessori di partita IVA (ABN). In sostanza, coloro che hanno registrato una diminuzione delle entrate pari o superiore al 30% rispetto al 2019, hanno potuto richiedere 3mila dollari mensili per ogni dipendente, da settembre ridotti 2400 Aud ed ora a 2000 AUD. La seconda misura è stata rivolta invece a tutti coloro che hanno perso il posto di lavoro ed è stata costituita da un bonus iniziale di 750 dollari e successivamente dei versamenti ogni due settimane. Questi aiuti  fino settembre ammontavano fino ad un massimo di 1.260 AUD bi-settimanalmente, da settembre anche questa misura è stata progressivamente ridotta fino a circa 700 AUD ogni 14 giorni.

Per accedere a entrambi gli aiuti è bastato e basta ancora una semplice applicazione online. Il traffico dei primi giorni ha mandato in tilt i siti governativi, anche qui. Superato però l’intasamento iniziale, i versamenti sono arrivati con regolarità nei conti correnti degli australiani. Entrambe le misure, approvate lo scorso marzo, dureranno fino a marzo 2021. Tuttavia, dallo scorso settembre sono entrati in vigori nuovi criteri di ammissione più restrittivi e, come detto, le somme sono state ridotte. Parte degli aiuti stavano arricchendo le casse di alcol e gioco d’azzardo. Inoltre, nonostante il tasso di disoccupazione non sia ancora ai livelli pre-Covid (circa il 5%), a dicembre comunque scendeva nuovamente al di sotto del 7%

Vaccini e futuro

Il virus nella terra dei canguri sta sparendo e sicuramente gli australiani non hanno nessuna intenzione di importarlo, secondo le ultime dichiarazioni del Premier sembra che al momento i confini esterni rimarranno chiusi almeno per il 2021. La più grande campagna vaccinale della storia australiana dovrebbe partire a febbraio.

Australia: un’isola felice

Il pragmatismo australiano è stato la sua salvezza. L’Australia è una nazione che sa come far rispettare le proprie leggi e sicuramente non può essere accostata a regimi dittatoriali come la Cina.

Più in generale, in Australia tutto ha funzionato e soprattutto nessun politico si è sognato di invitare a boicottare il senso civico e il rispetto delle leggi. La pressione politica tra stati interni e partiti è stata forte anche qui, ma l’azione collettiva è stata univoca e contro il virus. La politica tutta ha reagito all’unisono, i media non hanno dato molta voce al gossip politico-sanitario del tipico salotto televisivo all’italiana. Il loro senso civico si è visto nei numeri, fatti e conferenze stampa che hanno riempito i giornali e le TV.  Il filosofo John Locke diceva che i cittadini cedono la loro sovranità allo stato per essere protetti. Ecco, qui lo stato ci ha protetti tutti, non solo dal virus, ma anche dai cittadini stessi. Ha garantito prima la salute pubblica e poi tutti gli altri diritti, tra cui quelli commerciali.

Certo, non si puó fare un vero e proprio paragone con l’Europa, il processo decisionale australiano è molto piú veloce e snello. Poi l’Australia è una grande isola. Felice, per l’appunto. 

Luciano Gerry Gerardi

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